[Chi Sono]

Pasqua Teora, psicologa e psicoterapeuta. Nata a Venosa in Basilicata, dalla prima infanzia trasferita a Milano; dal 1973 vive e lavora a Bergamo dove è fondatrice del Centro Psicologia e Cambiamento  http://www.psicologiaecambiamento.net/ in cui opera in setting individuale, di coppia e di gruppo; fondatrice e ideatrice di Spazio Colibrì e Terre Sorelle, Atelier di arti varie e arti-terapie (http://www.spaziocolibri.net/).

 
 
[Le mie Scritture]

Da anni pubblica articoli e interviste, collaborazioni per riviste e blog: Via Dogana”- Rivista di Pratica Politica della Differenza; “IAPh Italia” (Int-Ass-Women-Philosophers); “Voci di Pace”(trimestrale degli ambasciatori di pace); “MACAO” (Centro per le arti, la cultura e la ricerca).

Collabora con articoli inerenti il cambiamento  non solo in psicoterapia. In special modo è interessata al tema della differenza e del conflitto fra maschile e femminile sia simbolico che reale nell'era del post- patriarcale. Nella sua ricerca, il tema della complessità nella relazione tra i sessi si estende all'osservazione dei possibili  processi di mediazione, di resilienza e creatività.

 

Dal 2006 a Tetouan (Marocco) è membro attivo in un Gruppo Internazionale di donne che annualmente si riuniscono contribuendo a ricerche e pratiche di intervento sui temi della migrazione interculturale di uomini, donne e bambini; anche di formazione su temi riguardanti l'integrazione religiosa e culturale.

 

Da anni scrive e pubblica racconti, poesie, monologhi per il teatro e trasduzioni poetiche traendo ispirazione soprattutto dal setting clinico.

 

Dal 2000, nell'esercizio della professione è nata da sé una scrittura poetica ispirata alle storie e alle emozioni che scaturiscono dall'incontro clinico con le singole persone, le coppie e le famiglie. Scrittura che aiuta a intercettare e utilizzare la complessità, attraverso il visibile e l'udibile,  soprattutto l'invisibile e il taciuto. Le ha chiamate “Trasduzioni Poetiche di una Psicoterapeuta” sottotitolo del saggio che ne è nato nel 2007: “La Finestra sul Confine” con prefazione a cura della scrittrice e poetessa Marisa Brecciaroli. La sua poesia viene così utilizzata anche da altri terapeuti nei processi di trasformazione come dispositivi capaci di generare insight facilitanti consapevolizzazione e cambiamento.

 

I Taccuini di Viaggio sono l'esercizio poetico permanente con cui traduce in poesia, non solo ciò che si osserva e contempla, ma anche l'impegno civile, le emozioni e le riflessioni legate ai viaggi in movimento e ai viaggi da ferma. Da questo materiale ha attinto per la pubblicazioni di plaquette poetiche, collane realizzate in collaborazione con artisti pittori e scultorie: Novembre 2004 “Incontri  e Paesaggi” in collaborazione con l'artista Maria Micozzi (http://www.mariamicozzi.com/);  Febbraio 2006 il libro d'arte su “Il viaggio di Inanna Regina dei due mondi” in collaborazione con l'artista Silva Felci (http://www.silvacavallifelci.com/); Gennaio 2008 “Il suo mese novembre”; Marzo 2010 “Alla Madre che vive – il materno simbolico e carnale ”; Novembre 2011 “Questo tempo Maschile-Femminile – frammenti di una ricerca poetica 2000-2011”.

 

dal 2003 e a seguire Haiku e Quasi-haiku:

forma di scrittura poetica che le è particolarmente congeniale

 

dal 2010 Plaquette:

Pubblicazioni nella Collana “Dei Numeri” e “Alla Pasticceria del Pesce” a cura di Claudio Ganaroli  (http://www.granaroliclaudio.it/): in collaborazione con  poeti, scrittori e pittori

Maggio 2009 “Vivi e vegeti”; Giugno 2012 “Hammam Tanger”; Novembre 2013 “Tutto è rincontro”.

 

 

[Libri Pubblicati]

La finestra sul confine
Novembre 2008

Il suo mese Novembre
Gennaio 2008

Questo tempo
Novembre 2011

Alla madre che vive
Marzo 2010

Incontri e Paesaggi
Novembre 2004

Come giunco cresciuto nello stagno - Febbraio 2016
[Le Plaquette]

Hammam Tanger
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Tutto è rincontro
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Generatività in connessioni casuali
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Vivi e Vegeti
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Profuma l'aria
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[Collaborazioni]

Il viaggio di Inanna Regina dei Mondi dowload PDF completo
Silva cavalli Felci (2004)

Il mito di Inanna - Amore e potere femminile nel patriarcato
Sonia Giorgi (2015)

Antologia del premio letterario

Il Club dei Poeti 2005 (2015)

BAIL IN

Maggio 2016
[Gli Articoli]
  1. - "Basta con le belle maniere" VD 88 anno 2009 dowload PDF
  2. - "Caos" VD 91 anno 2009
  3. - "Ci siamo decise a prendere parola e visibilità" VD 91 anno 2009
  4. - "Dove sono cosa fanno" VD 85 anno 2008 dowload PDF
  5. - "Femministe antipatiche" VD 84 anno 2008 dowload PDF
  6. - "Il membro maschio" VD 81 anno 2007 dowload PDF
  7. - "Il neonato si svegliò di soprassalto" VD 78 anno 2006 dowload PDF
  8. - "Il vantaggio di non sapere" VD 72 anno 2005 dowload PDF
  9. - "Il volontariato nella capitale del lavoro" VD 77 anno 2006 dowload PDF
  10. - "La psicoanalista e il confessore" VD 83 anno 2007 dowload PDF
  11. - "Ma la famiglia, no" VD 86 anno 2008 dowload PDF
  12. - "Madri irriducibili" VD 71 anno 2004 dowload PDF
  13. - "Io e Lionel: il mutato discorso del Re" VD 97 anno 2011 dowload PDF
  14. - "Ti prego aprimi la mente dammi la chiave" VD 79 anno 2006 dowload PDF
  15. - "Uomini che cambiano" VD 75 anno 2005 dowload PDF
  16. - "Voglio dire alle mamme straniere" VD 74 anno 2005 dowload PDF
  17. - "Cogliere il reale che cambia senza rinnegare il passato" VD 93 anno 2010 dowload PDF
  18. - "Magrebin au quotidien" VD 99 anno 2011 dowload PDF
  19. - "Diario da Tetouan" VD 103 anno 2012 dowload PDF
  20. - "Voleva studiare da Papa: intervista Pasqua Teora a Maria Teresa Azzola" VD 105 anno 2013 dowload PDF
  21. - "Madri che non hanno più bisogno di maltrattare le figlie" VD 111 anno 2014 dowload PDF
Contributi:
  1. - "I codici del piacere" di Alberto Zatti e Laura Austoni anno 2004 ed. Franco Angeli
  2. - Convegno presso l'Università di Bergamo "Il materno e il politico" di A. Zatti, L.Austoni, P. Teora anno 2006
  3. - "Il materno e il politico" di A. Zatti, L.Austoni, P. Teora anno 2006
  4. - Convegno presso l'Università di Bergamo "Eros ed educazione" anno 2007
  5. - Convegno presso l'Università di Bergamo "Educazione alla gioia" di Pasqua Teora anno 2007
Altri articoli pubblicati:
  1. - "Macao incontra Via Dogana" dalla rete - Febbraio 2013 leggilo online
  2. - "Autorità e autorevolezza femminile" Rivista quadrimestrale Voci di Pace - Aprile 2014 leggilo online
  3. - "Diritti dei bambini o il diritto di avere bambini: chi può regolamentare una materia tanto delicata?" Rivista quadrimestrale Voci di Pace - Marzo 2015 leggilo online
  4. - "Il cielo in una stanza" con Maria Castiglioni e Donatella Carnaccina e Pamela Peduzzi - PSY-RES anno 2015 leggilo online
  5. - "Lirio Abbate, fimmine ribelli" IAPh ITALIA - Marzo 2015 leggilo online
  6. - "Da consumatori di pregiudizi, a produttori di visioni aperte e luminose" Rivista quadrimestrale Voci di Pace Luglio 2016 leggilo online

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Piccola Prefazione

Tra il 2013 e il 2014 ho partecipato a un ciclo di incontri di Hatha Yoga in gruppo con la maestra Gisella Conoscenti.
Come in uno dei tanti viaggi già fatti nel corso della vita, ho annotato nel mio taccuino poetico le immagini e le emozioni che dopo i nostri incontri venivano evocate attraverso le posizioni del corpo.
Intense suggestioni capaci di muovere in me la necessità di tradurre in poesia l’energia liberata.
La magia, incontro dopo incontro, si è man-tenuta nel piccolo gruppo e attraverso il respiro corale, la musica di sottofondo e le suggestioni che a conclusione di ogni sessione venivano evocate dalle meditazioni proposte.
Nello stesso periodo, per coincidenze speciali che hanno attraversato la mia vita, sono fiorite riflessioni e poesie sull'amore che ben si sono combinate con l’avventura del corpo in dialogo con l’anima.
Altri testi scelti per completare questa raccolta sono stati invece ispirati dal setting clinico¹, per arricchire la riflessione sui processi profondi capaci di alimentare e sostenere evoluzione personale ed elevazione spirituale.

1 La Finestra sul confine - Trasduzioni Poetiche di una psicoterapeuta, Ed. Viandante, 2000.
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Il suo mese, novembre
30 novembre 2007

Fin da quand’ero bambina, nelle leggende della mia famiglia, novembre – il mese dei morti – era il tempo dell’anno in cui le Anime del Purgatorio davano segni e, attraverso le conoscenze del mondo antico della madre e del padre, nella casa nascevano nuovi sogni.
Era il mese dei piccoli e dei grandi accadimenti e – che fossero eventi positivi o negativi – erano sempre legati alla speranza e al desiderio comune di progresso e di un mondo migliore.
Nella famiglia intera, eventi e sorprese sospinti dalla contiguità di queste suggestioni, ce ne sono state tante e tutte capaci di provocare, di volta in volta, stupore, sorpresa, paura, dolore oppure divertimento e tanta gioia. E c’era sempre attesa.
Nel corso degli anni, cose, ne sono accadute davvero tante e di ogni genere, di tutti i colori, di tutti i sapori e a noi quattro figlie che eravamo in crescita dentro i nostri miti familiari, pareva che oltre gli accadimenti normali dell’anno ce ne fossero altri molto speciali, in fila ad aspettare novembre perché quello era il mese delle sorprese.
In quest’ultimo novembre 2007, mio padre, era ricoverato all’ospedale e ugualmente curioso si domandava: «Cosa succederà questa volta che è novembre nuovamente?» e questa volta per lui, l’ultimo giorno del mese, benevola, in compagnia delle Anime Sante del Purgatorio, è arrivata la morte.
«Come pensi che sia l’aldilà, papà?»
Gliel’ho chiesto un paio di mesi fa e lui: «Figlia mia, di là, è come qua! A me già mi conoscono perché io da quando ero ragazzo prego i miei morti e tutte le Anime del Purgatorio. Specialmente da dopo la guerra, dove tanti amici sono morti al posto mio ed io, troppo fortunato, mi sono sempre salvato. Te lo dice papà che di là è lo stesso come qua: quando arrivi in un posto nuovo ti devi far conoscere, attirare le persone con la simpatia, l’allegria, bisogna pagare da bere, curare i fiori, offrire da mangiare, fare amicizia e farsi ben volere. Anche adesso dico preghiere, specialmente l’Eterno Riposo e so che loro mi stanno aspettando e sono contenti che Vincenzo tornerà da loro. Mi vogliono bene e pure io li ho pensati sempre, ogni sera prima di addormentarmi, con i ricordi e le preghiere».
Gli insegnamenti di mio padre, non soltanto per me, diretti e indiretti, sono stati tanti ed uno di quelli fondamentali è di saper chiamare la buona sorte facendo intorno a sé simpatia, buonumore, accoglienza; un altro è quello di vivere pronti alla gioia, allo scherzo, allo stupore che è nello sguardo e nell’animo di chi guarda, di chi sa rimanere fanciullo e lo sa, lo fa e lo è nonostante, nonostante, nonostante le inevitabili difficoltà dell’esistenza umana che è specialista nel portare anche problemi, sofferenza, dolore, ma tutto questo può diventare materiale buono per il progresso, per la crescita e alla fine, per la gioia e per l’amore.
Mio padre, grande narratore di storie, ironiche ed umoristiche, nella sua vita, ha saputo affascinare, con straordinaria arguzia, tre generazioni di ascoltatori.
Sovente, con lo stesso linguaggio, ha testimoniato di non essere interessato a salire sui carri dei vincitori ma piuttosto intenzionato a mantenere la sua libertà ed originalità di pensiero. Egli, seguendo l’insegnamento di sua madre e di suo padre, è stato invece interessato ed essere clemente e generoso con i meno fortunati.
Nella sua grande abilità del vivere con spirito leggero, Vincenzo faceva confluire i suoi talenti naturali: creatività, inventiva, irriverenza ed una istrionica, profonda conoscenza dell’animo umano.
A mio modo di vedere, nei suoi momenti migliori, egli, con inconfondibile originalità, ha incarnato i temi della speranza, della fede e della carità cristiana.
Vita come teatro e palcoscenico vivente in cui stare attenti a non farsi incastrare in copioni chiusi e ingannatori. Esistenza umana come impegno al miglioramento di sé e del mondo, con i talenti ricevuti in dote e quelli acquisiti viandando e vita anche come commedia, perché a saper vedere c’è un po’ di sacro e un po’ di profano, di comicità e di romanticismo di folclore e di colore dietro ogni problema.
Le poesie che costituiscono questa raccolta le ho scelte pensando a lui dopo la sua morte. Esse, scritte negli ultimi cinque anni, risuonano anche con alcuni sui insegnamenti. Semi e pensieri che dentro di me piano piano, poi anche in modo dirompente, hanno assunto forma poetica.
«Buongiorno Giorno», «L’ho preso tra le braccia», «Buongiorno giorno», «Padre« e «Lui è mio padre» sono nate invece tra ottobre e novembre di quest’anno durante la brave malattia che l’ha preparato al passaggio.

Pasqua Teora
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PREFAZIONE ALLA MADRE CHE VIVE

- Il materno simbolico e carnale -
riflessioni trasversali

La madre che vive è in ognuno di noi, indipendentemente dal genere sessuale di appartenenza. Tutti noi che viviamo siamo, indifferentemente, nati di donna, quindi, in ciascuno si muove circolarmente quel processo che è la vita stessa: una spirale continua dentro una legge di natura che, mentre ci mette al mondo, ci consegna al ciclo eterno di nascita, morte e rinascita.
Natura benigna e al contempo matrigna, così la madre simbolica e tanto più quella umana e reale: mentre ci toglie, ci dona e viceversa, mentre ci dona, ci toglie, cosciente o incosciente ci sprona, per non morire al mondo e a noi stessi, verso il rinnovamento continuo.
Tutti, ci portiamo dentro la memoria del materno di cui siamo stati parte, del corpo-madre che ci ha contenuto e che abbiamo riempito. è il processo vitale per eccellenza, il processo ad altissima complessità mai del tutto comprensibile, sempre sul confine tra sacralità e contingenza, tra personale e collettivo, tra privato e politico.
L’augurio per i lettori e le lettrici di questo libretto è di volgere la propria attenzione verso se stessi e la relazione con la madre, sia simbolica sia reale, ma soprattutto verso l’aspetto più politico, collettivo e sociale che, più o meno negato, ci vive nel profondo e instancabile chiama.
Voci, tra luci e ombre, voci, sussurrate o gridate, esortano a liberare forza vitale, energia, humus. Fili che, intrecciati insieme, possano attivare una crescente consapevolezza di sé, rispetto alla propria forza e, più ancora, alla forza che può svilupparsi nei piccoli collettivi. Ma non nella forma di dominio esercitato sugli altri per sottometterli ed umiliarli, né per trarne temporaneo, illusorio vantaggio. Piuttosto, processi di evoluzione collettiva, ci spronano a compiere il materno che vive in noi, attraverso un fare alchemico che, mentre trasforma la materia, fatta di corpi, contesti e relazioni, crea senso e spirito, illuminando tutti coloro che, differentemente, al processo prendono parte.
Intreccio, allora, di corpi e di anime, di menti pensanti appartenenti a donne e uomini, giovani e meno giovani, bambini, anziani, tutti incamminati lungo sentieri conosciuti e sconosciuti in cui superare quelle stereotipie vecchie a morire che, da un lontano passato, ancora esigono gerarchie di dominio per lo sfruttamento reciproco.
Ogni essere umano è portatore di saperi e competenze; così, ciascuno che sappia ascoltare e aiutare un altro a far luce, aiuterà se stesso nel proprio processo di riorientamento e di creazione di senso. Chi aiuta a fare luce di un nuovo processo per produrre energia pulita– aumenta la propria gioia nel contribuire ad illuminare quel sentiero obbligato. Cammino un po’ in chiaro e un po’ in ombra, che è il divenire di ogni vita, percorso pratico ed esistenziale mai lineare, mai indolore.
La struttura del libretto è data da cinque brevi racconti che, con taglio e linguaggi differenti narrano vari aspetti del materno simbolico e carnale, privato e collettivo, interno ed esterno, illuminato e in ombra, a volte così sofferente da essere malato.
Tra un racconto e l’altro, gruppi di testi poetici. Quando si trovano sulla pagina sinistra sono ispirati alla grande madre, la natura, che non è solo la terra: anche cieli, dunque, anche aria, altre galassie e pianeti, reali o immaginari. Tutto ciò che respira insieme a noi: acqua di laghi e di fiumi, mari, sorgenti, fuochi e deserti, abissi, profumi, fiori, insetti, pesci e animali in tutte le loro specie e varietà. è il vivente, dunque, che, in tutte le sue forme, permette, a chi sa guardare e sa sentire, accesso ad attimi di felicità a svelamenti inaspettati, qualche volta alla piena identificazione con il vivente. Sulla pagina di destra, invece, in ordine casuale, si trovano i testi poetici che raccontano i contesti, le vicissitudini e le relazioni con la madre umana, siano essi di gioia o dolore, di ritrovamento o smarrimento, di nutrimento o affamamento, di vita o di morte.
Questi ultimi sono i componimenti che io chiamo trasduzioni poetiche e che, come ho già avuto modo di scrivere1, sono ispirati al lavoro clinico, quindi alle storie che uomini e donne portano nei loro percorsi di psicoterapia e che ai miei occhi assumono valenza universale. Vicende umane, drammatiche o comuni, che, narrate, si fanno straordinarie ed esemplari. Vicende che, tante volte, attraverso il cammino possibile nel setting di analisi e di psicoterapia, vanno a coincidere con importanti cammini di liberazione. Ed elevazione del livello di coscienza con conseguente assunzione di responsabilità personale.
Qua e là anche testi poetici naturalmente ispirati alla mia personale esperienza di figlia di madre e madre di figli, risuonante con storie di altre donne ed altri uomini incontrati per via.

Rometta di Messina, luglio 2009
Pasqua Teora

Note :
1P. Teora La finestra sul confine – Trasduzioni poetiche di una psicoterapeuta, Viandante, 2008 www.lafinestrasulconfine.it
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PREFAZIONE QUESTO TEMPO

A PREFAZIONE: CONTRIBUTO DI CARLA PETRACCHI

Nel terzo dei Sonetti a Orfeo, Rainer Maria Rilke scrive:
Un dio lo può. Ma un uomo, dimmi, come potrà seguirlo sulla lira, impari? Discorde è il senso. Apollo non ha altari all’incrociarsi di due vie del cuore.
...
Cantare è per te esistere. Un impegno facile al dio. Ma noi, noi quando siamo?
1. Quando siamo, noi? E quale voce ha, l’essere?
Mi piace pensare che il lavoro di scrittura di Pasqua Teora presente in questo volume, per nulla facile nonostante l’agilità dell’impaginazione, ruoti intorno a questa domanda, e a questa attesa.
L’attesa di una voce che pian piano, delicatamente, quasi foglia dopo foglia librandosi e liberandosi dalle scorie che la avvolgono o la impediscono, possa venire alla luce, esserci.
“... La scrittura femminile in versi è particolar- mente costruita sulla ricerca della verità: innanzitutto della propria verità, di ciò che nella propria vita è “vero”; scrivere è riflettere su se stesse, riflettersi, piegarsi dentro e lì dentro guardare, a costo di trovare il buio e l’orrore. È un estremo coraggio dello sguardo ... Scrivere poesia è un modo di guardare ciò che avviene, prima di tutto all’interno di sé, con una voluta e insistita attenzione ai movimenti dell’anima e del corpo, secondo una registrazione precisa di ogni minima reazione – fisica e quindi (cioè solo dopo, di conseguenza) mentale – alle cose; ma soprattutto è guardare senza filtri, senza cioè l’aiuto di nessuna copertura che in qualche modo addolcisca o veli la verità. Da ciò la scrittura assume di colpo una sostanza particolare: è libertà della parola, una capacità – poco maschile – di guardare dentro e di dire, attraverso il linguaggio, genuinità, verità. ...”.
2. Ascoltare la voce dell’essere, dovunque si situi, e quale che sia il verso, è paziente lavoro di attesa, è capacità di restare in silenzio, è scegliere di farsi presso l’ombra, sciantropi, al confine sottile che lega e separa la luce piena dal crepuscolo, è farsi attraversare dal dolore e dalla gioia senza trattener- ne, senza impedirne lo svolgimento.
Ascoltare la voce dell’essere e restituirla in scrittura non è, dunque, solo farsi sapientemente eco, ma sapere, fin nelle profondità del corpo in scrittura, che scrivere è una delle forme più esatte di conoscenza e di seduzione, che nello scrivere si agita quel che ancora non si sa, che il portare alla luce è uno dei doni possibili ma non l’unico e neppure il più certo, e che questo dono, se avviene, e anche se avviene in forma dolorosa, di ferita, si dà comunque e prima di tutto allo sguardo, e che è questa, letterariamente, l’etimologia di miracolo.
Ho incontrato Pasqua a Lecce, nel settembre dello scorso anno, nella settimana della Scuola Estiva della Differenza.
L’ho vista camminare con quel suo passo leggero e lieve, e accompagnare le parole con il sorriso, quel sorriso che lei ha radioso e che mi sembra il legame più evidente con i luoghi della sua origine che desidera tornare a conoscere.
Mi aveva accennato del suo lavoro di scrittura, della sua necessità di nuove parole per dire “la relazione di umani che si cercano”, ma non avevo ancora compreso bene, mi pareva che quella necessità fosse collegata strettamente alla sua professione di analista.
L’ho reincontrata quest’anno, ed è stato tutto più chiaro. Più semplice, anche, nello scorrere del- la conoscenza, nello scambio dei punti di vista e dei materiali di lavoro, nella relazione con alcune parole, e alcune maestre, che nelle nostre letture abbiamo conosciuto, e da allora mai più abbandonato (una per tutte Maria Zambrano).
Forse le è sembrato naturale chiedermi una traccia dell’esperienza di lettrice del suo libro.
Per me, certo, è stato naturale leggerlo e, ora, scriverne, sebbene non sia un compito semplice, grazie alla densità della scrittura, al concatenarsi dei rimandi, alle presenze in figura che comunque compaiono nelle pagine.
Non farò dunque l’errore di considerare questo lavoro fortemente connesso alla sua professione terapeutica, e mi auguro che non lo facciano i lettori e le lettrici che vorranno approssimarvisi.
Perché lo sguardo va ben oltre, ben oltre l’ascolto analitico e se pure, come è evidente, molti incipit le giungono dai colloqui quotidiani, – poiché non si fa fatica a rintracciare, sia pure nell’anonimato delle parole e nella ricomposizione delle storie, il legame originario -, l’accortezza della scrittura è proprio nella capacità di sciogliere il legame, restituendo una storia ancora più originaria, ancora più antica. Come parla l’arcaico? Qual è la sua voce? E come ci trattiene, ancora, presso? Nel lavoro di Pasqua si rintraccia il tentativo di
una genealogia dell’esperienza, ma questa esperienza, almeno è la mia sensazione, non è sull’orlo del tempo segnato dagli orologi (siano o no quelli di Salvator Dalì ne La persistenza della memoria).
È un tempo antico, dove il maschile, che ha già prevalso su Arianna e Proserpina e ancor prima su Baubo, e il femminile, già espropriato e sapiente, si guardano e si scrutano, ma anche il tempo in cui le forme del maschile che abbiamo conosciuto smottano, si irritano, derivano, si confondono, persi- stono, a volte con violenza inaudita e orrorifica, e nell’angoscia di morte della lingua perduta, e della madre smarrita, piangono il dio che non sono più, e temono l’approdo verso nuove forme. Solo pochi sono felici nel guardare e giungere verso l’altra riva. I felici pochi, nel mare degli infelici molti.
Come la cicogna di Karen Blixen, ripresa da Adriana Cavarero33, Pasqua incide con le parole diagrammi d’esistenza, e mi piacerà, se mai come spero tornerà nel Salento, condurla nei luoghi in cui l’arcaico ha lasciato segni, i luoghi delle Veneri steatopigie a Parabita, del Masso della Vecchia a Giuggianello, del Santuario di Porto Badisco, e dei segni nell’ultima stanza dove infine si prega e si danza. Lì dove sembra che lei già ci sia stata, poiché ha già visto: “la dea dormiente adoravano, benedicente ogni stagione”.
Per non alimentare confusioni, Questo tempo si apre con una dichiarazione di poetica. E con un augurio: “i corpi saranno varco, saranno canale, saranno pertugi, cretti, passaggi, ponti sospesi per il tempio eterno. Io? Soltanto sacerdotessa per il rito sacro. tu? Diverso eppure lo stesso”.
Anche se poi è nel primo movimento della terza parte del volume, quasi un Cantico dell’Anima, che si trovano alcune profonde ragioni del libro e della scrittura: “benvenuto sia il tempo dello svela- mento. Urgente aprire, urgente uscire, sentire, ri- vedere. Necessario risignificare, scrivere, parlare. Anche stare nel silenzio e stare nella sospensione”.
Nel silenzio e nella sospensione. Dovunque, lungo i bordi e le soglie, la vita, e la relazione originaria, si mostri nel suo andare zoppicante, nelle sue pieghe infinite, nel suo essere stupore e incerto dolore, nel suo balbettìo, nel suo essere carne e sangue, e ancora languore, lievità, gentilezza, orrore.
Tutte le infinite sfumature Pasqua le restituisce in forma di canto, dichiarando d’altra parte già in premessa che l’essenziale qui, per lei, non è la struttura metrica o il rigore formale. Qui è in gioco altro. Il suo volersi fare corpo sonoro, per rimagliare i sensi di qualcosa che invece nel tempo e nello spazio in cui accade (che sia il luogo del setting o che siano le più diverse esperienze) spesso si dà per frammento, per rivolo, per accenno.
Tra le pieghe delle parole non mancano rimandi, financo agli universi landolfiani44, o così mi piace pensare quel “voglio tornare ad essere / intelligente animale, capace di fiutare / da me stessa il bene e il male / e come capro arrampicarmi / anche nuda sulle rocce aguzze”.
E non mancano i dialoghi che nello scrivere Pasqua intesse con i suoi universi di riferimento,Virginia Woolf, per esempio, a cui sente il bisogno di dire: “Virginia, / ho la stanza, ho la casa / la rendita me la sono guadagnata / ma se non avessi tempo / se non avessi vera amicizia con le pari / se non avessi il mio fervido immaginare / a nulla sarebbe valso avere stanze / avere case, avere agi, né avere immensi prati”.
Poiché la vera posta in gioco di questa scrittura e di questa poesia è affermare l’urgenza e la bellezza della relazione, la necessità di sapere, di nuovo, che “solo l’amare, solo il conoscere, conta, non l’avere amato, non l’avere conosciuto”55, prima che l’Ani- ma si rattrappisca nel vivere il consumato amore.
Per essere capaci ed imparare, ancora ancora e ancora, ad affacciarsi su quello che, dentro e fuori di noi, non sappiamo dire o riconoscere, ma che esiste, respira e ha calore di vita.

Lecce, 11 novembre 2011

Note:
1 Rainer Maria Rilke Poesie. Traduzione di Giaime Pintor. Giulio Einaudi Editore, Torino, 1979
2 Guido Davico Bonino, Paola Mastrocola (a cura di) L’altro sguardo. Antologia delle poetesse del ‘900, Mondadori Editore, Milano, 2001
3 Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltri- nelli Editore, Milano, 1997
4 Mi riferisco al bellissimo e misterioso La pietra lunare, di Tommaso Landolfi, a cura di Idolina Landolfi, Adelphi, Milano, 2006, e a Gurù.
5 Pier Paolo Pasolini, Il pianto della scavatrice, in Le Ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano, 1957
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PREFAZIONE A CURA DI MARISA BRECCIAROLI
TRATTO DA “LA FINESTRA SUL CONFINE” DI PASQUA TEORA
Viandante Ed. - 2008


Dialogo fra arte e scienza

“Di tutti i peccati della psicologia, il più mortale è la sua indifferenza alla bellezza” ci ha suggerito da tempo James Hillman; ma fortunatamente gli ambienti in cui si studia e pratica la Psicologia, per lo meno in quelli più disponibili alla ricerca e all’evoluzione, vanno sempre più aprendosi alla dimensione estetica dell’esperienza, tanto che stanno mostrando un certo interesse verso le varie Artiterapie (cioè la Musicoterapia, la Danzaterapia, l’Arteterapia, la Drammaterapia, la Poetry Therapy).
Questa feconda novità si inscrive in quel più ampio fenomeno che, come ha detto L.M. Lorenzetti, possiamo chiamare “il dialogo fra arte e scienza che si è avviato nell’età contemporanea”.
Infatti già da tempo, perfino in ambienti tradizionalmente scientifici o dominati da un atteggiamento da ‘scienze dure’, si va facendo strada una visione epistemologica secondo la quale, come dice Paul K. Feyerabend, “il pensiero poetico può contribuire alla conoscenza quanto quello scientifico”; cioè si fa strada una visione secondo cui il pensiero poetico e la dimensione estetica dell’esperienza riuscirebbero a coniugare i due mondi della ragione, da un lato, e dell’emozione, dall’altro; mondi che finora erano stati trattati come fossero separati o scissi.
Ora, invece, come sostiene Von Foerster (nella sua opera Sistemi che osservano, Ed Astrolabio) se da un lato la scienza può essere considerata l’arte di fare distinzioni, dall’altro si è disposti a vedere la complementarità dell’arte, riconosciuta come scienza delle connessioni, scienza del comporre le distinzioni per creare possibilità di inusitata comprensione.
É su questo versante, del dialogo fra arte e scienza, che si colloca l’opera Trasduzioni poetiche di Pasqua Teora, psicoterapeuta di formazione Psicodinamica, Transazionalista e Sistemico Relazionale, oltre che Poeta; in quest’opera la Teora comunica la sua esperienza di esploratrice di nuove vie e di nuovi strumenti con cui arricchire e innovare la pratica clinica.
Dialogo fra poesia e psicoterapia
Il dialogo fra arte e scienza realizzato in quest’opera di Pasqua Teora si traduce, più precisamente, nel dialogo fra poesia e psicoterapia.
Infatti la Teora, toccata da quella che qui chiamerei vibrazione di tipo ‘ispirativo’, vibrazione che tutti ci attraversa, ma che pochi riescono ad ascoltare, decodificare e restituire, è riuscita a inventare, o creare, o meglio a riconoscere un nuovo strumento, contemporaneamente terapeutico e poetico: quello che lei chiama “trasduzione poetica” (vedi suo capitolo “Il processo alchemico in Trasduzioni poetiche”).
Si tratta dell’uso, nel setting, di testi poetici, da lei scritti in risonanza empatica con l’inconscio del paziente oppure con un suo nucleo psichico non necessariamente rimosso, ma indicibile con le parole del Discorso; insomma un nucleo che, per essere veramente detto ha bisogno di essere tradotto in una lingua che ha superato i limiti del linguaggio comune, cioè la lingua della poesia, perché, come ha osservato il grande Mario Luzi, la poesia è tutto ciò che non si riesce a dire con le parole, ma che a parole va detto. La Poesia, insomma, è quel modo speciale di usare il linguaggio che permette al linguaggio stesso di ‘rinascere’ continuamente, restituendogli la sua carica fonosimbolica e più profondamente rappresentativa originaria: “Le parole in quanto tali sopravvivono benissimo, nel senso che i loro scheletri giacciono nei dizionari; ma pochi di noi sono capaci di ridar loro la vita” (R. Schafer) e fra quei pochi ci sono principalmente i poeti o coloro che sanno fare un uso poetico del linguaggio, come i bambini nei loro momenti di massima spontaneità.
Ma in che modo la lingua poetica si fa capace di dire l’indicibile, e quindi, nel caso della situazione psicoterapeutica, si fa anche capace di assumere su di sé e restituire all’altro quell’ “essenziale che è invisibile agli occhi” di cui ci ha narrato poeticamente Saint Exupery ? La risposta a questa domanda è troppo complessa per essere soddisfatta entro i limiti di una breve introduzione, ma rimando volentieri ad un’opera ricca e illuminante di Antonio Di Benedetto su questo tema.
Ma ciò che almeno qui si può accennare del suo discorso è che egli mette in evidenza la capacità della lingua poetica di ripristinare “il senso dimenticato della parola, restituendole una memoria iscritta, come eco lontana e inavvertita, in quell’imperscrutato alone semantico, che è appunto la sua musicalità”; ma soprattutto, per quanto qui ci riguarda, mette anche a fuoco due poteri speciali del linguaggio poetico: quello di avvicinare e quello di trasformare (e tutto questo è di grande interesse e speciale pertinenza nell’ambito di un compito psicoterapico):
“L’arte contiene in sé un forte richiamo a partecipare, a immedesimarsi nell’azione creatrice originaria, a cancellare la distanza tra chi fa e chi riceve. Tende a far sì che il creatore sconfini nel fruitore e che questi, al momento della ricezione, diventi a sua volta, in una certa misura, creatore”.
É impressionante quanto queste parole sembrino descrivere l’operazione psicologica prodotta dalle ‘trasduzioni poetiche’ della Teora sul piano della loro capacità di avvicinare , cioè il potere di “cancellare la distanza tra chi fa e chi riceve”.
Ma c’è anche, si diceva, il potere di trasformare da parte del linguaggio poetico:
“Il significante poetico è dunque una struttura assai complessa, nella quale all’esaltazione degli elementi fisici, sonori, si aggiunge l’esaltazione di una virtualità, di un senso differito, potremmo dire. La parola poetica, oltre a quella particolare aderenza fisica all’oggetto significato, che rende quest’ultimo quasi materialmente presentificato nel suo alone musicale, contiene infatti una prospettiva di senso. Essa ha cioè il potere, non solo di dar corpo sonoro a ciò che viene detto, ma di suggerire anche ciò che potrà essere detto. Ha il dono di ‘far parlare’, di suscitare discorsi, innescare idee, rinviando incessantemente il fruitore a un altro senso, da cercare nelle risonanze emotive, della propria anima.”
Senza considerare poi il fatto che la creatività del terapeuta può diventare fattore di trasformazione creativa nel paziente:
“[...] interrogarsi sul ruolo e sull’importanza che ha la creatività o quello che, con linguaggio di più basso profilo e più calato nel quotidiano, possiamo chiamare l’inventiva. Mi riferisco a quell’atteggiamento interiore di ricerca, di sperimentazione, di apertura allo sconosciuto, all’inedito, che, se vogliamo, può essere assunto come metafora della trasformazione che ci aspettiamo venga promosso dalla terapia: una creatività futura del paziente che si organizza, prendendola a modello, sulla creatività attuale del terapeuta.”
Ma quali sono infine le novità più specifiche testimoniate in quest’opera, rispetto al setting psicoanalitico? Esse sono almeno due: una risiede nel tipo di fonti di ispirazione delle poesie scritte, che sono principalmente il co-transfert e, a volte, anche il contro transfert nel setting analitico; e l’altra novità, ancor più importante, risiede nell’approdo della loro fruizione: a volte le poesie raggiungono il paziente stesso che l’ha ispirate, cioè gli vengono lette dal terapeuta; altre volte sono portate a un altro paziente, per cui lo stesso testo poetico può essere altrettanto risonante e quindi adeguato, fino anche a pazienti, di altri terapeuti; altre volte ancora, almeno potenzialmente, potrebbero contagiare quei lettori di quest’opera che siano disponibili a lasciarsi regalare gli insight che le poesie stesse possono suscitare. Quindi ci si trova di fronte a una fonte di ‘ispirazione’ insolita nata dal setting, da un lato, e dall’altro, si ha un ‘destinatario’ potenzialmente plurimo.
Dialogo fra dimensione poetica, estetica e spirituale nel setting
Il nuovo strumento psicoterapico creativamente inventato dalla Teora - la scrittura poetica - ha sì a che fare con la dimensione estetica, ma non solo con quella estetica, perché -come ha messo a fuoco Simone Weil- “l’estetica è generalmente considerata come una disciplina particolare, mentre è la chiave delle verità soprannaturali”. Quindi, aprendo la porta alla dimensione estetica, nel setting si dà accesso anche alla dimensione spirituale.Sisainfattiche,nellevariearti,l’avventodello“spirituale”,(per dirla con Kandinski) è l’evento più naturale e prevedibile: sia perché la bellezza di tipo artistico sorge, deriva dalla dimensione più spirituale, animica dell’uomo, sia perché l’esperienza estetica, del fruitore, porta alla dimensione spirituale e sacrale che ci abita e ci circonda.
Ecco quindi qual è lo strumento nuovo (specie se si considera che siamo in Italia) sperimentato da Pasqua Teora: l’ammissione, anzi l’entrata trionfale -ma delicata al tempo stesso- di testi poetici nel labirinto a volte tormentoso, eppure esaltante, del percorso psicoterapico. Non si utilizzano più solo sogni, lapsus, dimenticanze e simili altri reperti del mondo inconscio del paziente, ma anche l’illuminata e impalpabile ragnatela della bellezza che si costruisce fra l’inconscio-preconscio del paziente e quello, altrettanto vivo e presente del terapeuta; ragnatela di parole poetiche (quindi ricche di immagini, elementi musicali, scarti dalla norma ecc...) per riuscire a catturare le radici del disagio psichico e spirituale e poi trasdurle in una lingua e in un modo che siano rese sopportabili, consapevolizzabili, insomma siano rese ‘guardabili’, velate come sono dalla bellezza della poesia. “Svelare velando”, coi veli del bello e del sacro: potrebbe essere questa la formula della nuova pratica psicoterapica delle “Trasduzioni poetiche”.
Nei capitoli in cui la Teora lascia scorrere sotto i nostri occhi una specie di raccolta di casi clinici (ma quanto sembra inadeguata e riduttiva questa classica espressione che qui sembrerebbe necessario correggere in quella di ‘sfilata di anime in pena’), i veli del bello e del sacro forniti dal linguaggio poetico non sono principalmente strumenti di attenuazione o semicopertura delle cosiddette ‘brutture’ dell’animo umano presentate nei testi poetici, anzi sono anche essi stessi il prodotto dell’Ombra che rappresentano:
T. Adorno, con la Teoria estetica (1970) approfondisce il tema del potere del brutto di dinamizzare la creatività artistica. Ad esso viene attribuita, più che al bello, una autentica funzione estetica, poiché impedisce all’arte di ignorare il travaglio della sua origine. Che sarebbe l’arte “se scotesse via da sé la memoria del dolore accumulato?” (op.cit. p.434). “Il vero brutto, da questo punto di vista, è il bello aproblematico, veicolo di un’immagine falsamente armoniosa, consolatoria e fatua, della realtà. L’equivalente insomma di una droga che offre paradisi artificiali.”
“[...] L’arte accoglie l’orrore reale, le lacerazioni più dolorose dell’esistenza, le conflittualità, la disintegrazione, come elementi ineliminabili di un lavoro creativo, e si fa portatrice di un presagio di bellezza futura [...] All’artista viene di fatto assegnato un compito morale, quello di destare le coscienze, non quello di ipnotizzarle con bellezze ingannevoli.[...] Così facendo [la forma artistica] viene a incarnare quel turbamento rimosso che nulla può cancellare nella psiche dell’uomo. L’arte non deve minimamente addolcirlo o ridimensionarlo, ma mostrarlo in una forma che lo renda sublimabile utopicamente, attivando quindi un processo di ricerca e di edificazione personale,
proiettato nel futuro più che rivolto a un futile piacere attuale. [...] Il risvolto edenico dell’arte si riduce al fatto di aprire la mente del fruitore alla speranza di un futuro più bello.”
É così che, io credo, i veli della bellezza poetica (immagini, musicalità, ripetizioni cullanti, ‘ritorni’ delle rime, assonanze, consonanze, anafore...) da un lato attenuano la crudezza del dolore rappresentato, ma allo stesso tempo, dall’altro lato, sono essi stessi prodotti dalle istanze inconsce legate al dolore o alle paure...
In tal modo quest’opera della Teora, con la sua insolita galleria di ritratti drammatici di anime ferite o violente, - ma a volte anche scanzonati, autoironici- sul piano letterario fa tornare in mente la grande ‘Antologia di Spoon River’ di Edgard Lee Masters; eccetto che qui, nel libro della Teora, tanta efficace restituzione artistica dell’animo umano viene, per la prima volta - credo- fertilmente utilizzata in un setting in cui ci si può prendere cura di così profondi dolori, e si può farlo in un’aria di speranza di possibile trasformazione.
Qui non è il morto che parla ai vivi rimasti, ma è un vivo che, attraverso l’arte offertagli dall’attenzione consapevole e amorevole dell’altro, può sperare di non continuare a morire dentro di sé.
Poetry Therapy o ‘poesia IN Terapia’ ?
L’operazione delle trasduzioni apre anche altre riflessioni e altri collegamenti, sia con le ricchezze delle varie artiterapie, sia con alcune problematiche portate alla luce dalla crisi della psicoanalisi classica.
Il mondo delle Arti terapie finora è rimasto un po’ a latere, per non dire proprio in disparte, scollegato, rispetto all’area più nota e accreditata delle varie scuole di Psicoterapia e Psicoanalisi. E non basta: perfino all’interno di quel mondo emarginato o ancora allo stato nascente che è il campo delle Artiterapie, la Poetry Therapy è quasi inesistente: non c’è una vera e propria Scuola (come invece si è riusciti a fare per la Musicoterapica e per l’Arte Terapia, - benché senza troppi crismi ministeriali e senza titoli di riconoscimenti istituzionali).
Per la poesia in ambito psicologico ci sono state, in compenso, alcune iniziative coraggiose di gruppi culturali o sezioni interne alle Università; ci sono stati dei singoli che sono andati a frequentare la Scuola di Poetry Therapy fino a Washington DC; ci sono stati docenti di psicologia, come Clara Capello che hanno aperto la loro ricerca ad un utilizzo psicologico della scrittura poetica; ci sono stati psicologi che su iniziativa personale hanno utilizzato la poesia all’interno delle Strutture pubbliche in cui lavorano; ci sono infine, forse, anche ‘ricercatori in proprio’, fra i quali colloco anche me stessa, autrice di un viaggio nell’’utilizzo psicologico della poesia nell’ambito della prevenzione; questo, pur “col passo coraggioso del prudente”, mi permette di condurre esperienze con persone in laboratori di scrittura poetica (con documentazione e protocolli di osservazione-verifica), durante le quali la Poesia diventa anche strumento di auto-conoscenza più profonda e di evoluzione interiore personale.
Come si colloca l’esperienza della Teora in questo frantumato quadro?
Prendendo a prestito una distinzione che vige nel mondo della Musicoterapia, direi che le ‘Trasduzione poetiche’ sono, a prima vista, prevalentemente una forma di ‘poesia IN terapia’ più che una forma di ‘poesia COME terapia’, (quindi con una posizione subordinata della poesia rispetto alla più centrale relazione psicoterapeutica). Però, facendo mie le considerazioni di Postacchini, Ricciotti e Borghesi, e sostituendo al nome musica quello di poesia, concluderei col pensare che nelle Trasduzioni poetiche della Teora il lungo e tradizionale lavorìo psicoterapeutico è come la lunga miccia, mentre il breve momento della trasduzione poetica è come il fuoco che la accende e porta a compimento l’opera con l’insight risolutore. Visto così, tutto il processo della psicoterapia con trasduzioni poetiche non è più confinabile nella categoria limitante di “poesia IN Terapia”.
Un altro capitolo sarebbe da aprire per vedere come l’utilizzo delle Trasduzioni poetiche si inserisce nel quadro delle problematiche teori- cliniche del mondo psicoterapico, ma mi limiterò ad accennare solo un aspetto, sicura come sono del fatto che le più interessanti osservazioni verranno dopo la lettura di quest’opera da parte di chi lavora in quel campo come psicoterapeuta.
L’aspetto cui accennavo è legato a una problematica, sia teorica, sia clinica, rimasta relativamente insoluta, quella della relativa inattingibilità, o non pescabilità (se così si può dire) dei traumi o dei nodi problematici vissuti nei primi due anni di vita, anni in cui il sistema nervoso del bambino non può disporre della cosiddetta memoria esplicita. Ci sarebbe però una memoria implicita che si incarna, per così dire, in tracce mnestiche corporee, non raggiungibili dalle incursioni di una comune terapia verbale indirizzata al preconscio e all’inconscio del rimosso. Insomma, secondo l’ipotesi di Mauro Mancia, ci sarebbe un inconscio non rimosso, incapsulato nella memoria implicita dei primi due anni di vita, che (oltre che con il sogno e le dinamiche del transfert) sarebbe attingibile in modo privilegiato proprio con le espressioni di tipo artistico (musica, arte, poesia...).
Seguendo questa fertile ipotesi del Mancia, la trasduzione poetica sembrerebbe uno strumento perfetto, tanto più che la pratica clinica, testimoniata dalla Teora in quest’opera ne costituisce una conferma clamorosa (vedi capitolo 6.3 - Primo Caso: Smeralda).
É il Metodo un vero problema?
Pasqua Teora sembra essere arrivata a tanta attualità e, in parte, precorrimento dei tempi, sia con la consapevolezza della professionista aggiornata, sia, fatto ancor più meraviglioso e stupefacente, con la genuinità di una ricerca ‘ingenua’ (nel senso ‘originario’ del termine), ricerca cioè scaturita da un’esperienza clinica che ha aderito costantemente ad una propria ricerca evolutiva umana personale. Di questo è testimonianza tutta l’opera, col suo stile libero, niente affatto accademico, con una struttura narrativa a impronta personale, spesso ricca di un apparente ‘disordine’, ma in realtà capace di un dis-ordine particolare, tipico della vita vera e della poesia:
C’è
questa Resistenza
che tarmeggia dentro
solletica aspramente
i Colossi delle banche
C’è
questa Opposizione
che rallenta le spire
intralcia i tempi
dei Costruttori d’uominiformica
C’è
questa Resistenza
che si fa sorda
ma non muta
e sparge segni umani
ovunque
e ovunque ristabilisce il
disordine della
VITA
C’è questa OPPOSIZIONE
chiamata P O E S I A
Questa apertura dello stile potrebbe essere anche considerato un limite dell’opera, specie se si pensa all’attesa da parte degli addetti ai lavori di un metodo e di una teoria ‘forte’ che lo supporti.
Qui, invece, questa ‘pratica’ o ‘poietica’ della Teora (che tende a portare a galla il ponte ‘invisibile’ ma ‘essenziale’ fra i due immaginari -o preconsci-inconsci- dell’analizzando e dell’analizzante) non può tracciare una strada piena di segnaletiche per il metodo delle trasduzioni poetiche, né può fornire una tecnica terapeutica puntualmente riproducibile (come ogni malinteso spirito di scientificità generalmente richiede), essendo fondata principalmente sulle attitudini e capacità ‘trasduttive’ personali del terapeuta; ma forse anche solo così, con questa pratica appassionatamente narrata, col suo esempio si può dischiudere un seme nuovo nel mondo psicoterapico, si può beneficamente contagiare, o promuovere, le capacità ‘trasduttive’ potenziali di altri terapeuti che, magari senza accorgersene, attendevano uno strumento in più e a loro consono per il compito sempre più impegnativo del loro lavoro.
Credo comunque che di quest’opera della Teora si potrebbe dire altrettanto di quanto è già stato acutamente scritto da L. M. Lorenzetti nella presentazione del volumetto di C. Capello, B. De Stefani e F. Zucca, Tempi di vita e spazi di poesia, già citato:
“Il libro [...] resiste alla logica dei laboratori, di ogni laboratorio dove vengono confezionate e imballate le ipotesi, con tanto di certificato di garanzia di comprovata scientificità. E lo fa non certo per un superficiale o ingenuo atteggiamento trasgressivo, ma convintamene e sensatamente col fine di guardare alla ricerca svolta e al materiale raccolto senza enfasi, senza urgenze teoriche, senza cercare a tutti i costi di dire o far dire al materiale concetti definitivi, che sono nella maggior parte dei casi concetti limitati e limitanti. Con lucidità d’intenzioni [...] si ammette, come premessa, lo stile ‘girovagante’ del lavoro, assunto a metodologia. Metodo azzeccato per aggirarsi in uno spazio come questo [...] la stessa ricerca poetica si può dire sia vaga e vagante, senza assolutamente essere inconsistente, imprecisa, inefficace.[...] D’altronde siamo dinnanzi a un’opera inconsueta, che nasce da un’operazione desueta: quella di avvicinarsi alla lontananza verso cui si dirige il pensiero quando si pone in un ascolto essenziale, poetico, dell’esistenza.” (p. 12).
Inoltre, mai come quando si tratta dell’uso della lingua poetica si impone la consapevolezza del suo carattere specifico di ‘globalità’ e ‘integralità’ del linguaggio (per l’integrazione di funzioni Alfa e βeta, del pensiero emotivo e razionale e così via) e anche, in un certo senso, di ‘globalità dei linguaggi’ in essa presenti (sinestesie, intreccio di immagini e sonorità timbriche e ritmiche, ecc..). E questa ‘globalità’ richiede una forma di documentazione che non la ‘spezzi’ ai fini di una presunta necessità di descrizione del metodo, e postula che assomigli piuttosto a una testimonianza fecondatrice. Ma purtroppo, mentre nel nostro presente-futuro (come osserva L. M. Lorenzetti) l’idea di autòs e di circolarità “sta dilagando un po’ ovunque in tutti i campi del sapere [...d’altro canto], continuano a prevalere quelle che Heinz von Foerster chiama ‘scienze dure’, incapaci di conoscere e di adoperare l’autòs, la complessità, la circolarità”; e qui - tramite Lorenzetti - cito lo stesso von Foerster:
“Le scienze dure mietono successi perché hanno a che fare con problemi morbidi; le scienze morbide stentano a procedere perché è a loro che toccano i problemi duri... Ciò diviene evidente se si prende un momento in considerazione il metodo d’indagine tipico delle scienze dure. Se un sistema è troppo complesso per poter essere compreso, lo si scompone in pezzi più piccoli. Se anch’essi sono a loro volta troppo complessi, vengono scomposti in pezzi ancora più piccoli, e così via, finché questi pezzi sono talmente piccoli che diviene possibile comprenderne per lo meno uno. L’aspetto più simpatico di questo processo, di questo metodo di riduzione, del ‘riduzionismo’, è che esso conduce inevitabilmente al successo.”
Ma quando ci si trova di fronte ad un sistema super morbido come quello del linguaggio poetico, e, per di più, utilizzato nell’ ambito della terapia psicologica, allora la complessità, la ‘sfericità’ (direbbe S. Guerra Lisi), la non linearità e l’interazione fra le parti sono tali che, qualora si decidesse di applicargli il metodo del ‘riduzionismo’, scomponendo il tutto in parti sempre più piccole, ben presto non si sarebbe più in grado “di affermare che il sistema con cui (si ha) a che fare è quello da cui” si era partiti all’inizio e quindi si finirebbe per descrivere tutt’altro.
A questo punto, perciò, si impone di riflettere su come debba essere inteso il concetto di ‘metodo’ quando si intende avere rispetto verso la natura di un fenomeno così complesso come quello del linguaggio poetico in psicoterapia. A questo scopo mi sembra adeguato prendere a prestito il discorso su un tema affine, espresso dalla stessa Guerra Lisi nel volume collettaneo curato da L.M. Lorenzetti, Luoghi e forme della musicoterapia già citato:
“Con methodos ho inteso definire il cammino da percorrere con creativa plasticità [...] L’importante è la ricerca con capacità di modifica di sé e dell’ambiente a ogni passo, e di non perdere di vista l’obiettivo. [...] In pratica il metodo è il modo più economico per raggiungere un fine, è fatto, dice Descartes, di regole facili, evita sforzi inutili. [...] Il metodo infine diventa stile (Enciclopedia Einaudi). Lo stile è sempre espressione di personale creatività applicativa” [corsivo del redattore].
E allora, sopportando la relativa non riproducibilità della trasduzione poetica, si potrebbe però intenderne il ‘metodo’ come stile di una ‘personale creatività applicativa’: applicazione, sia dei saperi già acquisiti nella propria formazione psicoterapeutica, sia dei saperi a cui questa narrazione della preziosa esperienza della Teora può introdurre. Oltre a questo, per chi si sentisse ‘chiamato’ dal linguaggio poetico, si potrebbe affiancare una formazione specifica attraverso la partecipazione a Laboratori speciali di scrittura poetica, cioè laboratori centrati sulle ricchezze psicologiche del testo poetico e indirizzati verso il riconoscimento dell’implicazione delle varie dimensioni della psiche (consce-preconsce-inconsce) insite soprattutto nel Significante (oltre che nei significati manifesti) del testo poetico stesso.
Perciò, pur se ci fosse un’incompletezza nel cammino di ricerca della Teora o dei viottoli ancora un po’ oscuri, tipici di un percorso pionieristico, quest’ opera è da considerare un importante primo passo nel cammino di riduzione della distanza - per la Poesia in terapia - fra l’arretratezza dell’Italia (paradossalmente così ricca di una grande tradizione poetica) e l’uso ormai istituzionale che se ne fa negli Ospedali, specie psichiatrici, degli Stati Uniti.
In questa operazione innovatrice la Teora ha avuto il coraggio di scavare in quella che lei ha chiamato giustamente una “terra di mezzo”, la terra fra la poesia e la psicoterapia, decidendo di “farsi esploratore”, sopportando anche la “responsabilità “ di “cercare di capire, perlomeno fare delle ipotesi, fare mappe per orientarsi” e poi “raccontare” perché “a cosa servirebbe scoprire senza poi condividere?”
La sua testimonianza può evocare l’immagine di una nuova “lillipuziana Prometeo dell’Anima” che ha avuto il coraggio di aprirsi all’utilizzo di testi poetici nell’ambito del suo lavoro di Psicoterapeuta, testi da lei prodotti, su misura del paziente, andando, come lei dice, “al di là” delle teorie e dei modelli teorici acquisiti”, quindi non contro. E innovare senza distruggere, integrando il vecchio, è operazione che forse può essere trasdotta solo con le sue stesse parole... trasduttive:
“Relazione ancestrale e viscerale
nelle stanze del qui e dell’altrove
son spiragli che san creare
interstizi che lascian vedere
orme lampi ombre
le fonde impronte dell’immaginale.”
“Mistica e Politica”
Nell’introdurre alla lettura di questo libro, ho presentato quasi esclusivamente il quadro culturale del rapporto fra poesia e psicoterapia - quadro in cui si colloca questa testimonianza della Teora - perché mi è sembrato l’evento più nuovo e anche innovativo dell’opera; ma ci sarebbe anche molto altro da dire su tutta la trama epistemologica di fondo del testo-trama che fa riferimento principalmente a Bateson - nel suo modo di essere estremamente sensibile alla relazione fra l’individuale e il sociale, fra il microevento del singolo e i macroeventi delle più o meno grandi collettività.
Insomma, secondo questa visione della realtà, l’evoluzione interiore di ogni singolo individuo (sia esso questa straordinaria terapeuta, siano essi i suoi pazienti, siano essi i lettori di quest’opera) produce ‘invisibilmente’, ma nell’ ‘essenziale’, un processo di cambiamento e di trasformazione in positivo che si riflette e trasmigra nei sistemi più allargati: il sistema ‘macro’ è come alimentato da quella realtà atomica dell’invisibile che nutre il ‘micro’. Così, all’uscita, da parte di tanti ‘singoli’, dalla terribile libertà di appartenere al modulo psichico vittima- carnefice, può corrispondere l’uscita progressiva, dallo stesso modulo doloroso, di tutta una collettività, sia essa quella delle storie urbane, sia quella delle tensioni regionali-statali fino a quella, sempre più ‘globale’, del mondo di questo nostro martoriato pianeta.
Allora, se è vero, come ha affermato Gregory Bateson - quando ha parlato del concetto di ‘campo relazionale’ - che “la mente individuale è immanente, ma non solo nel corpo. è immanente nei percorsi e nei messaggi fuori dal corpo; e c’è una mente più ampia di cui la mente individuale è solo un sotto-sistema. Questa Mente più ampia è paragonabile a Dio o forse è ciò che la gente intende per “Dio”, ma è comunque immanente al sistema sociale interconnesso totalmente nell’ecologia planetaria”, ebbene se è vero tutto questo, allora si può anche coltivare delicatamente la speranza in un’altra verità oppure si può alimentare una visione, quella di chi va oltre le apparenze dettate dai sensi: negli ‘orticelli’ dei sotto-sistemi dei piccoli uomini, e poi, di seguito, in più ampi spazi della Terra, la Luce della ‘Mente più ampia’ sta arrivando sempre più limpida e calda, per diradare le nebbie dell’ignoranza e della paura, magari aiutata da pratiche e pensieri e parole variamente ricostruttive e risananti. E i lettori di questo libro sanno che da oggi, alcune fra queste parole potenti e positive si possono chiamare con un loro nome proprio, ‘Trasduzioni poetiche’, e sanno anche che il loro ‘lievito’, nell’ecologia planetaria della Mente, sarà uno degli alleati più efficaci della ‘Mente più ampia paragonabile a Dio’. Perciò, è soprattutto in questo potente movimento di risanamento invisibile che risiede la loro preziosità politica.